Amicizia (fase 2)

E’ il momento in cui si sta iniziando a cercare l’altro, ma non si è ancora pronti per affrontare una relazione “uno a uno”. L’amicizia si sviluppa all’interno di un gruppo che funge da facilitatore di rapporti e nello stesso tempo ha una funzione protettiva.

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Nel gruppo si inizia a sperimentare questa modalità di relazionarsi che soprattutto è un incontro NON esclusivo con l’altro, è una marea che coinvolge i membri che si trovano, ritrovano, lasciano e perdono a seconda del momento, degli interessi e delle attività che il gruppo sperimenta.

Si dovrebbe vivere questa esperienza in maniera molto libera, condividendo passioni e interessi comuni ma senza vincoli, senza aspettative, per il puro piacere di farlo assieme all’altro, agli altri.

Ma cosa incrina spesso questa relazione o la inquina ?

Anche qui due cose, a volte è vissuta in maniera non bilaterale oppure vi è una necessità di esclusività di rapporto.

Nel primo caso intendo portare l’esempio di quando solo e sempre uno dei due è coinvolto attivamente e diventa quasi il “servitore” dell’altro. Non vi è un mutuo aiuto, non vi è parità, non vi è libertà. Indipendentemente chi sia uno o chi sia l’altro, spesso sono nostre necessità interiori che derivano da insicurezza ed incapacità di accettazione dell’altro.

Nel secondo caso, volere l’esclusività del rapporto può significare essere ancora fermi al rapporto simbiotico infantile che ha bisogno della presenza dell’”altro”, della persona che non può sopportare di perderlo, che non vuole dividerlo con altri.

E’ importante interrogarsi sul nostro modo di “essere” amici, spesso è una modo di relazionarsi che non è preso molto in considerazione, ma vale la pena farlo.

Il mito (fase 1)

La prima consapevolezza come individuo nel mondo la si ha nell’adolescenza ed il primo incontro con l’altro è con un “altro ideale mitico”. Tutti noi dovremmo sperimentare questo tipo di incontro e solitamente l’oggetto interessato è un mito, distante e completamente ideale es.: cantanti, attori, l’insegnante…

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In questa fase, spesso, ci si innamora idealmente anche di qualcuno realmente vicino a noi, solitamente è un innamoramento fulmineo che dura solo qualche giorno, perché l’idea con cui abbiamo rivestito l’altro cambia e la persona che fino al giorno prima sembrava la migliore del mondo ora non lo è più.

Questo è un processo molto importante perché da una parte ci fa ritornare al nostro grande amore primario, la mamma (o chi per lei) e dall’altra parte facciamo le prove generali per quando ci confronteremo con la controparte amorosa in carne ed ossa, è un allenamento amoroso.

Cosa succede se ci accorgiamo che non abbiamo vissuto nel mito ? Oppure, stiamo ancora vivendo nel mito e non siamo più teenager ?

Nel primo caso, non aver vissuto il mito ci può rendere più fragili ed insicuri nelle nostre scelte, potremmo idealizzare il compagno o la compagna con cui ci relazioniamo e vivere lui o lei come il mito, non rapportandoci in un modo “vero” e aperto e non vivendo appieno la relazione

Nel secondo caso dovremmo chiederci se forse non abbiamo paura ad affrontare la relazione con l’altro, paura ad innamorarci. Spesso raccontiamo a noi stessi che non c’è nessuno che sia all’ altezza delle nostre aspirazioni, restando ancorati ad un ideale che difficilmente potremo incontrare in carne ed ossa. Non ci resta in questo caso che interrogarci sulle nostre paure e sul nostro vissuto della prima infanzia, dove potrebbero esserci punti oscuri non risolti, non vissuti.

Processi affettivi

Vorrei partire con il farvi conoscere quelli che possiamo definire processi affettivi, a cui, chiunque in un sano sviluppo personale dovrebbe andare incontro, confrontarsi e superare.

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Per crescere abbiamo necessariamente bisogno dell’incontro con l’altro.

L’altro è uno specchio che ci rimanda quello che noi siamo e non sempre quello che vediamo ci piace.

Qualcuno potrà obiettare sul fatto che vi sia bisogno dell’altro, ma sinceramente credo che un eremita, che si rinchiude in un suo mondo, stia semplicemente sfuggendo alla vita stessa.

E non parlo (solo) di monaci tibetani, ma anche di persone che vivono tra di noi, ma non comunicano veramente.

Vi parlerò di alcuni processi, dove vi potrete identificare e vedremo quali sono le cose su cui prestare attenzione.

Ogni vostra osservazione sarà preziosa, per voi, per me.

La ragnatela

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Noi viviamo in mezzo alle relazioni che possiamo vedere come una ragnatela che può essere lucente oppure  appiccicosa oppure fragile oppure leggera ma anche resistente, così sono i nostri rapporti con le altre persone. Cambiano nel tempo, noi cambiamo rispetto ad esse. Ma possiamo e dobbiamo prendere il coraggio e l’abitudine di diventare il ragno, colui che le costruisce, le ripara, le vive come importantissimo centro della sua vita.